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Associazione Italiana Teilhard de Chardin
La legge di complessità-coscienza Gianluigi Nicola - Consigliere delegato dell’Associazione Teilhard de Chardin Al termine della sua principale opera, Il fenomeno umano, Teilhard ha posto, indicandolo  come “Riassunto o post-fazione” un breve testo intitolato “L’essenza del fenomeno  umano”, articolato in tre proposizioni di cui qui utilizzerò le prime due.  1- Un mondo che si avvolge o la legge cosmica di complessità-coscienza.  Ci siamo recentemente familiarizzati, alla scuola degli astronomi, con l’idea di un universo che, da  qualche miliardo di anni (soltanto), starebbe espandendosi in galassie a partire da una specie di  atomo primordiale. Tale prospettiva di un mondo in stato di espansione è ancora discussa: ma non  verrebbe in mente ad alcun fisico di respingerla, perché viziata da una qualsiasi filosofia o da un  qualsiasi finalismo. Non è male avere sotto gli occhi un esempio del genere per comprendere, nello  stesso tempo, l’importanza, i limiti e la perfetta legittimità scientifica dei punti di vista che  vengono qui proposti.  Nella sua più pura essenza, la sostanza delle molte pagine precedenti si riduce alla semplice  affermazione che, se l’universo ci appare, dal punto di vista siderale, in via di espansione spaziale  (dall’infimo all’immenso), del pari, e più nettamente ancora, esso si presenta a noi, dal punto di  vista fisico-chimico, in via di avvolgimento organico su sé stesso (dall’estremamente semplice,  all’estremamente complesso) e tale avvolgimento particolare di “complessità”, si trova  sperimentalmente legato ad un correlativo aumento di interiorizzazione, cioè di psiche o coscienza.  Nello spazio ristretto del nostro pianeta (il solo per ora in cui sia possibile studiare la biologia), la  relazione strutturale qui osservata tra complessità e coscienza, è sperimentalmente incontestabile e  nota da sempre. Ciò che rappresenta l’originalità della posizione adottata in questo libro, è il fatto  di porre questo presupposto: la proprietà particolare, posseduta dalle sostanze terrestri, di  vitalizzarsi sempre di più, man mano che sempre maggiormente si complicano, non è che la  manifestazione e l’espressione locale di una deriva altrettanto universale (e probabilmente ancora  più significativa) di quelle, già identificate dalla fisica, che spingono gli strati cosmici, oltreché ad  espandersi come un’onda, a condensarsi corpuscolarmente sotto l’effetto delle forze  elettromagnetiche e gravitazionali, oppure a dematerializzarsi per irradiazione. Queste varie derive  sono probabilmente (un giorno potremo riconoscerlo) strettamente correlate tra loro.  Se così è, ne consegue che la coscienza, definita sperimentalmente come l’effetto specifico della  complessità organizzata, supera di molto lo spazio, oltremodo ristretto, entro il quale i nostri occhi  riescono a distinguerla direttamente. Da una parte, in effetti, persino laddove valori piccolissimi o medi, di complessità rendono la  coscienza rigorosamente impercettibile (cioè a partire e al di sotto delle grandissime molecole),  siamo logicamente indotti ad ipotizzare, in ogni corpuscolo, l’esistenza rudimentale (allo stato di  un qualcosa di infinitamente piccolo, cioè di un qualcosa di infinitamente diffuso) di una certa  quale psiche, esattamente come il fisico ammette e potrebbe calcolare, i cambiamenti di massa (del  tutto impercettibili ad un’esperienza diretta) che si producono nel caso dei movimenti lenti. D’altro lato, quando nel mondo, in seguito a svariate circostanze fisiche (temperatura, gravità…),  la complessità non riesce a raggiungere valori che permetterebbero ad una irradiazione di coscienza  di influenzare i nostri occhi, noi ci sentiamo spinti a ritenere che, se le condizioni diventassero  favorevoli, l’avvolgimento, arrestato per un momento, riprenderebbe subito la sua marcia in  avanti. L’universo, ripeto, osservato secondo l’asse della complessità, nella sua totalità come in ciascuno  dei suoi punti, è in una continua tensione di ripiegamento organico, su sé stesso e quindi di  interiorizzazione. Ciò significa che, per la scienza, la vita è da sempre e dappertutto in stato di  pressione e che ove sia pervenuta ad aprirsi un varco abbastanza ampio, niente riuscirebbe più ad  impedirle di spingere sino all’estremo il processo dal quale è nata.  Secondo me, è necessario porsi in tale ambiente cosmico attivamente convergente, se si vuole far  apparire il fenomeno umano in tutto il suo rilievo e spiegarlo in modo pienamente coerente. (Pierre Teilhard de Chardin, Il fenomeno umano, Editrice Queriniana Brescia 1995, p.278-281) La complessità, dunque, per giungere alla coscienza e di qui al paradigma della  complessità-coscienza, che è chiave di lettura essenziale per interpretare il cammino  spirituale e culturale tracciato da Teilhard.  Cercheremo pertanto di pervenire ad un concetto di complessità, iniziando a considerare  un parametro termodinamico che va sotto il nome di Entropia, termine introdotto da  Rudolf Clausius nel 1865.  Pochi anni dopo, nel 1877, Ludwig Eduard Boltzmann, grande fisico austriaco, fra i padri  della meccanica statistica, diede una definizione di entropia, intesa come la misura di  probabilità dell’esistenza di un certo stato macroscopico, esistenza che, a sua volta, può  essere collegata alla probabilità dello stato microscopico, descritto a livello molecolare: in  sostanza nell’ambito di un repertorio di possibili stati microscopici, il più probabile di essi  determinerà lo stato macroscopico e l’entropia indica quanto grande e quindi quanto  probabile sia, il numero di questi stati microscopici e, di conseguenza, indica le dimensioni  del loro repertorio di appartenenza.  Ogni stato microscopico può essere descritto come una particolare distribuzione di  elementi, dotata di una sua probabilità di esistenza: in una realtà casuale, si comincia col  notare che ogni distribuzione disuniforme e differenziata di stati molecolari o  eventualmente di altro genere, si pone come piuttosto improbabile, ma non è tuttavia  impossibile.  Infatti, ogni singola distribuzione uniforme, che potrebbe originare dopo un certo tempo  da un particolare stato iniziale variamente differenziato, è altrettanto improbabile di una  distribuzione disuniforme ed è soltanto perché ci si può trovare in presenza di molte più  distribuzioni uniformi, che queste finiscono per prevalere sulle possibili distribuzioni  disuniformi.  Ne consegue che, utilizzando il concetto di entropia, è anche possibile parlare, di una  misura del disordine degli atomi, poiché, per esempio, un alto valore di entropia, indica  come i loro stati disordinati equivalenti tendano ad essere moltissimi, dunque  uniformemente disordinati e con la probabilità molto elevata, che uno di essi si realizzi,  determinando le caratteristiche di uno stato macroscopico.  Se prendiamo poi in considerazione lo stato iniziale differenziato di un generico  “sistema”, esso sarà caratterizzato, nella maggior parte dei casi, da una probabilità di  esistenza non molto grande e quindi risulterà piuttosto instabile, cosa che farà allora  tendere il sistema verso stati più probabili, fino a pervenire allo stato di equilibrio, che nel  caso della termodinamica studiata da Boltzmann, condurrà, in un sistema isolato,  all’equilibrio termico, espressione del prevalere di un repertorio di stati uniformi,  omogenei e per questo indistinti, disordinati, il cui numero sarà molto grande e dunque  molto probabile: l’entropia valuta infatti, il livello di probabilità di questo stato di  equilibrio e se tale misura mostra valori elevati, l’equilibrio del sistema isolato sarà molto  probabile e arriverà a creare, in campo termodinamico, molto calore inutilizzabile; se al  contrario l’entropia è piccola , l’equilibrio sarà lontano e si avrà a disposizione molta  energia potenziale utilizzabile.  Nel 1948 Claude Shannon, un matematico statunitense, si pose l’interrogativo di valutare  quantitativamente l’informazione contenuta in un messaggio e, di deduzione logica in  deduzione logica, giunse ad un’espressione matematica, che ha la stessa forma di quella  usata da Boltzmann per definire l’entropia termodinamica.  L’entropia informativa o entropia di Shannon, misura il numero di cifre binarie, o bit,  necessario per codificare un messaggio, quantifica cioè l’informazione, senza nulla dirci  riguardo il suo valore, ma fornendoci anche qui, un’ottima misura di quanto sia ampio,  omogeneo e disordinato il repertorio di stati di un sistema: un’entropia bassa indicherà  una codifica efficiente di un generico messaggio e quindi la presenza di un’informazione  non indifferenziata, mentre il contrario avverrà per un’entropia elevata.  Le due entropie, di Boltzmann e di Shannon, sono equivalenti: il numero di stati contati  dalla prima, l’entropia termodinamica, rispecchia la quantità di informazione della  seconda, l’entropia informativa, necessaria per definire ogni particolare stato.  Riprendendo ora alcuni concetti precedenti e pensando, quale modello esemplificatore, ad  uno schermo televisivo, nel momento in cui si trova nella condizione di trasmettere  un’immagine definita e differenziata, oppure quando, fuori sintonia, propone un enorme  repertorio omogeneo e disordinato di puntini bianchi e neri, non compartimentati e  indifferenziati, diciamo che nella condizione di equilibrio di un sistema isolato, il  repertorio degli stati equiprobabili cresce fortemente, così come il contenuto di  informazione e il valore dell’entropia, mentre succede il contrario, quando  un’informazione poco indifferenziata e non molto ampia, dunque a bassa entropia,  produce repertori di stati diversi, meno abbondanti, non tutti ugualmente probabili: il  contenuto di informazione di uno stato fisico, è pertanto di rilevante importanza per  determinare situazioni che siano diverse dall’equilibrio, o, per dirla in altro modo, per  definire quello stato iniziale più differenziato e meno probabile che tende, in un sistema  isolato, occorre sottolinearlo, all’equilibrio meno differenziato e più probabile.  Tutto ciò avviene in un ambito, diciamo così, teorico, ideale, ma le conseguenze di quanto  si è appena detto, hanno importanti implicazioni proprio nel mondo macroscopico, quello  nostro, dove ogni giorno si consuma la nostra esperienza.  Infatti se noi fossimo sistemi isolati, l’energia che sostiene i nostri processi metabolici, poco  a poco si ridurrebbe in calore, l’entropia aumenterebbe e la nostra attività vitale  degraderebbe in un repertorio per altro grande di stati omogenei e non più differenziati,  comportando la scomparsa dell’effetto vita che ci caratterizza.   Non per nulla, poco o tanto mangiamo tutti i giorni, ci trasformiamo cioè in un sistema  non isolato, che si affida ad un flusso di energia esterna e scarica entropia sotto forma di  calore e di anidride carbonica, nell’ambiente circostante.  Dunque un flusso di energia, ma di analoga importanza, come si è detto, appare  l’informazione, soprattutto quando non si discute più di gas ideali, necessari per  evidenziare i concetti più fondamentali di cui si parlava prima, bensì, come fece lo stesso  Boltzmann nello studiare stati di equilibrio macroscopici, quando si considera lo stato del  mondo a noi sensibile.  In questo caso ci troviamo infatti, a contatto di oggetti inevitabilmente portatori di una  norma strutturale, derivante dall’interazione di forze (elettromagnetica, gravitazionale,  nucleari), che consentono lo svilupparsi di un mondo, nelle forme che tutti noi  conosciamo.  Certamente queste interazioni sono più complicate di quelle che hanno permesso di  concepire concetti generali come l’entropia e richiedono contenuti di informazione molto  meno dispersi di quanto si poteva ipotizzare per gli stati di equilibrio.  Infatti il prevalere dell’entropia, dell’omogeneo disordinato, conduce alla morte termica ed  è proprio l’impiego di informazione non degradata in disordine, che contrasta questa  tendenza, rendendo più probabili quegli stati differenziati da cui, in tempi immensi e con  interazioni infinite, si è originato l’universo, che l’odierna scienza, faticosamente sta  tentando di interpretare.  Dunque un flusso di informazione, per rendere possibili strutture ordinate e disomogenee,  ma soprattutto per rendere possibili quelle interazioni che in un sistema aperto, va detto,  hanno generato la materia come la conosciamo, nei suoi diversi stati, gassoso, liquido,  solido, vivente.  Stati diversi, interazioni diverse, livelli di complicazione diversi: nel tempo, man mano,  procede lo scambio di informazioni fatte di sintesi sempre più grandi, rispetto al  molteplice degli stati omogenei, si arriva ad ottenere strutture progressivamente più  complesse, fino a giungere nel nostro mondo fisico, al passaggio cruciale di una prima  grande soglia, quella della vita.  Lo stato vivente della materia è un sistema aperto, costituito da un flusso di energia e di  informazione: la notevole complessità anche di un semplice protozoo, ha la necessità di  porsi come un sistema aperto e di avere attivi scambi energetici tra interno ed esterno,  sulla base di codici di comunicazione ben precisi.  Tuttavia nella prospettiva della vita, permane sempre il grosso rischio dell’evoluzione  termodinamica verso uno stato di equilibrio più probabile, ma meno, molto meno  differenziato e organizzato.  A questa tendenza si può ovviare cercando di essere sempre un passo più avanti, ossia  affidandosi ad una evoluzione biologica, indirizzata verso la selezione naturale del più  adatto e qui parliamo di metabolismi, di organizzazione strutturale, di efficienza  funzionale: infatti è l’interazione di meccanismi sempre più raffinati e quindi complessi  che mette al riparo quel caso improbabile che è la vita, dalla deriva entropica.  Dunque complessità come risposta al degrado e all’immobilismo paralizzante, complessità  che si manifesta nella comparsa evolutiva di strutture e meccanismi biologici sempre più  sofisticati ed efficienti termodinamicamente, nelle loro reciproche interazioni: dopo  centinaia di milioni di anni di affinamento e di crescita, dopo immani catastrofi che hanno  condotto più di una volta, ad estinzioni di massa e alla quasi totale scomparsa del  fenomeno biologico, la vita è riuscita a mantenersi in forme robuste, abili nel resistere  anche alle insidie più subdole, come l’entropia, appunto.  Una vita robusta allora, efficiente nel gestire l’energia, ma, non dimentichiamolo,  soprattutto efficiente nel gestire l’informazione, dalla quale dipende la norma strutturale,  particolarmente in ambito biologico: ogni essere è fornito di una buona e sovrabbondante  dotazione di acido desossiribonucleico, il famoso DNA, il quale, espresso nei diversi livelli  cromosomiali e genici, è capace di dire a dei materiali grezzi come organizzarsi in  strutture viventi, naturalmente utilizzando tutta una complicata “cascata” di reazioni  biochimiche a valle.  Una macchina prodigiosa, quella cellulare, che probabilmente non ha impiegato più di un  miliardo e mezzo di anni per giungere a regime: tuttavia, nonostante la sua complessità, la  quasi completa perfezione dei suoi apparati, essa conserva in sé il paradosso che  l’informazione di cui è sia portatrice che espressione, è priva di significato, non ha cioè  contenuti semantici, ma possiede solo il valore neutro di trasmissione della norma  strutturale.  Insomma grazie alla semplice informazione è possibile costruire organismi che si  sviluppano, si perpetuano, si usurano, perdono efficienza, muoiono, così come in un  modo altrettanto neutro e casuale si spostano i continenti, pensate al recente terremoto in  Indonesia, eruttano i vulcani, si urtano gli asteroidi, scoppiano le stelle supernova, si  formano le galassie a milioni.  Desolante? Forse, di certo non completamente: difatti l’evoluzione, che, seppure vista  come casuale, pare non perder d’occhio il perfezionamento crescente e continuo, in nome  di quella benedetta efficienza termodinamica, ha favorito lo svilupparsi ed il consolidarsi  negli organismi complessi, di apparati destinati alla gestione delle informazioni, non più  solo a livello di espressione genica, bensì a livello di relazione e di relazione evolutiva, tra  organismi compiuti, sia fra di loro, che con l’ambiente.  Si tratta, infatti, di apparati capaci di cogliere il valore semantico dell’informazione, il  quale non risiede nei dati in quanto tali o nella loro quantità, bensì stà nella relazione  evolutiva tra i differenti contenuti che essi possono esprimere: la scienza, per esempio, che  indaga alla scoperta della verità, produce oggi una quantità enorme di informazioni, di  dati, dovrebbe essere la filosofia a offrirne interpretazioni semantiche, legate a sintesi  consistenti, anche se per la sua odierna, presunta debolezza, questo non sempre avviene.  Pensiamo allora alla radice latina del termine intelligenza, “intellegere”, che si può  intendere sia come “legere in”, leggere dentro, sia come “legere inter”, leggere fra: ecco  l’intelligenza della realtà, comporta il saper leggere dentro le informazioni che essa ci  trasmette, ma più ancora comporta il saper leggere fra le relazioni che essa stabilisce  nell’ambito delle sue componenti e con noi.  E’ un lavoro certamente non facile, ma i cui risultati darebbero importanti ed ulteriori  possibilità di sopravvivenza e di riproduzione al fenomeno biologico: per questo nel corso  degli ultimi milioni di anni, lo sviluppo evolutivo di organi predisposti a gestire in  maniera specifica l’interpretazione delle informazioni, ha avuto forti spinte e col  progredire della complessità di quello che chiamiamo sistema nervoso, si è giunti fino alla  struttura encefalica umana, che rappresenta il più perfezionato modello di apparati di  questo genere.  Fin qui saremmo ancora in presenza di un “oggetto”, se non fosse per il fatto che il  cervello umano non è una macchina che funziona in modo “istruttivo”, ossia esegue un  programma, ma è un apparato dotato di “plasticità”, che produce le sue tattiche e le sue  strategie in modo adattativo e selettivo, utilizzando in buona sostanza il “metodo”  evolutivo.   Da questo modo di procedere, che ha stimolato una compartimentazione ed una  interconnessione di alta complessità nell’encefalo, è sorta la possibilità di elaborazioni  veloci e sofisticate, il cosiddetto nucleo dinamico, al punto da condurre al passaggio di  una nuova, cruciale soglia, quella della coscienza e del pensiero riflesso e simbolico.  La coscienza non ha propriamente una specifica base fisica, è piuttosto un effetto  dell’attività cerebrale umana, pur restando un fenomeno sfuggente, non facilmente  definibile, piuttosto articolato al suo interno, non univoco.  Un fenomeno insomma complesso e dalle notevolissime potenzialità, sempre che la  coscienza stessa riesca a limitare una sorta di entropia cerebrale, là dove si manifesta la  tendenza all’equilibrio, con i comportamenti automatici e ripetitivi, e all’omogeneità  disordinata, con il dolce e comodo scivolare nell’alienazione.  Grazie alla comparsa della coscienza, probabilmente tra i 60 ed i 100 mila anni fa, il mondo  ha iniziato a non essere più lo stesso, a maggior ragione oggi, quando la tecnologia ci  fornisce un vigoroso supporto: nell’analizzare le proprie decisioni e le loro conseguenze,  nell’interrogarsi sul significato e sull’origine dei fenomeni naturali, la mente umana  consapevole è riuscita a penetrare l’arcano alchemico e magico, ha matematizzato il  complesso, ha sondato ciò che prima era insondabile, ampliando il suo orizzonte culturale  e progredendo nella profondità spirituale.  La coscienza ha tratto dalla decodificazione della complessità, tutte le risorse per  esprimere il proprio potenziale e salire verso la soglia dell’ulteriore: oggi è proprio la  dinamica della complessità-coscienza che fa crescere e rende maturi gli uomini e le loro  società, convergenti in una ricca sfera del pensiero.  Se fino ad ora lo sviluppo del mondo biologico era guidato da due paradigmi  fondamentali, la sopravvivenza e la riproduzione, che facevano del fenomeno evolutivo  un meccanismo che determinava ed indirizzava, oggi presso la specie umana, quello  stesso meccanismo è diventato un metodo, che viene utilizzato a livello cerebrale per  conseguire risposte veloci e consapevoli, in rapporto al contesto in cui ci si trova ad  operare, cosa questa che fa presagire un cambio di paradigma.  Negli uomini, infatti, lo sviluppo somatico è significativamente più lento, in rapporto alla  rapida evoluzione del cervello e alla sorprendente crescita della sua capacità di  interpretazione del reale: ormai ciò che fa progredire la nostra specie non è più  l’adattamento organico, bensì la strategia culturale in senso lato.  Tutto ciò ha come chiave di volta, l’esperienza cosciente, la quale si avvale, accanto ai  vecchi paradigmi di cui si detto, di nuovi riferimenti, quali possono essere considerati  l’amore e la libertà.  Questi paradigmi non sembrino all’apparenza, una specie di concessione poetica al mondo  attivo della razionalità, perché sappiamo che nulla in noi funziona se non per un flusso di  energia, a partire dai mitocondri, per finire all’attività cerebrale, e l’amore può a buon  titolo, essere inteso come un flusso di energia coscientizzata e precisamente creativa, non  più disordinata e degradabile.  E’ chiaro che anche a livello di coscienza, l’informazione riveste un ruolo fondamentale e  proprio per questo non si può fare a meno della libertà, la quale è un gesto d’amore che  sorge dall’accoglienza e dalla condivisione: non c’è di meglio per favorire la progressione  del pensiero, per decodificare l’estesa complessità che ci circonda, per ampliare le risorse  della coscienza, che agisce mossa dall’anelito all’ulteriore e soffre ad essere confinata nel  limite del contingente.  Qui giunto, riprendo le parole di Teilhard riportando il secondo testo citato in apertura e  che il nostro autore ha titolato:  2 - La prima apparizione dell’uomo ovvero il passo individuale della riflessione. L’universo in via di avvolgimento, considerato nelle sue zone preriflesse, per poter superare  l’improbabilità di forme di organizzazione che portano ad unità di tipo più complesso, progredisce  lentamente, attraverso miliardi e miliardi di tentativi.E’ proprio questo processo “a tentoni”,  correlato al duplice meccanismo della riproduzione e dell’eredità (il quale permette di  immagazzinare e di migliorare additivamente, senza diminuzione e persino con accrescimento del  numero degli individui impegnati, le combinazioni favorevoli non appena siano state raggiunte)  che dà origine allo straordinario raggruppamento di stirpi viventi costituenti ciò che più sopra ho  chiamato “l’albero della vita”, che si potrebbe altrettanto bene paragonare ad uno spettro di  dispersione, in cui ogni lunghezza d’onda corrisponde ad una sfumatura particolare di coscienza o  di istinto. Osservati sotto una certa visuale, i diversi raggi di questo ventaglio psichico possono sembrare, e  sono spesso considerati dalla scienza, vitalmente equivalenti: tanti istinti, altrettante soluzioni  ugualmente valide e non paragonabili tra loro, di uno stesso problema. Una seconda originalità  della mia posizione rispetto al “fenomeno umano”, oltre a quella di considerare la vita come una  funzione universale di ordine cosmico, consiste nell’attribuire il valore di “soglia”, ossia di  cambiamento di stato, all’apparizione, nella stirpe umana, del potere di riflessione. Affermazione  per nulla gratuita (ben lungi da questo!), né fondata inizialmente su alcuna metafisica del  pensiero, ma opzione sperimentalmente appoggiata al fatto, stranamente sottovalutato, che a  partire dal “passo della riflessione”, noi accediamo veramente ad una nuova forma di biologia  caratterizzata, fra altre particolarità, dalle seguenti proprietà: a) Emergenza decisiva, nella vita individuale, dei fattori organizzativi interni (invenzione) al di  sopra dei fattori organizzativi esterni (gioco delle possibilità utilizzate). b) Apparizione ugualmente decisiva, fra elementi, di vere forze di avvicinamento o di  allontanamento (simpatia e antipatia) che sostituiscono le pseudo-attrazioni e le pseudo-repulsioni  della previta o della vita inferiore, riferibili, sembra, le une e le altre, a semplici reazioni alle  rispettive curvature dello spazio-tempo e della biosfera.  c) Risveglio infine, nella coscienza di ciascun elemento in particolare (a seguito della sua nuova  rivoluzionaria attitudine a prevedere l’avvenire) di un’esigenza di “Supervita illimitata”. Cioè il  passaggio, per la vita, da uno stato di irreversibilità relativa (impossibilità per l’avvolgimento  cosmico di arrestarsi, una volta iniziato), allo stato di irreversibilità assoluta (incompatibilità  dinamica radicale tra una prospettiva sicura di morte totale e la continuazione di un’evoluzione  divenuta riflessa). Queste varie proprietà conferiscono al gruppo zoologico che le possiede una superiorità, non  soltanto quantitativa e numerica, ma funzionale e vitale, indiscutibile; indiscutibile, ripeto, purchè ci si decida ad applicare sino alle sue estreme conseguenze, senza deflettere, la legge sperimentale  di complessità-coscienza all’evoluzione globale dell’intero gruppo.   (Pierre Teilhard de Chardin, op.cit, p.281-282)  Una nuova evoluzione dunque, un’evoluzione di coscienza, che a partire dai paradigmi  dell’amore e della libertà, conduce l’uomo, l’umanità intera, attraverso quel periglioso e  travagliato viaggio il quale, iniziato dall’arche, l’archetipo, prosegue per attrazione fatale  ed ineludibile, verso l’escaton, l’escatologico: se un cenno può essere concesso in chiusura,  il percorso evolutivo che si va dispiegando dopo milioni di millenni di crescita genotipica  e fenotipica, sembra porsi come un’apertura volta ad una realtà inedita, enorme, là dove il  soffio dell’Incommensurabile pervade le coscienze che a lui anelano, le plasma e le crea  alla Luce, una creazione come una nascita, come uno sbocciare alla Vita indomabile e  incorruttibile dell’Oltre.  Gianluigi Nicola