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Associazione Italiana Teilhard de Chardin
Nota redazionale Questo articolo di Edmondo Cesarini  (Associazione Italiana Teilhard de  Chardin - sezione romana) non è direttamente riferito a Teilhard de Chardin, ma ci sembra comunque da lui ispirato. Nel testo sono infatti presenti alcuni  dei punti più significativi del suo pensiero:  - il compito della crescita, della singola persona anzitutto  e della comunità  umana  come passo ulteriore  del processo evolutivo;     - “l'incentrarsi” nella costruzione  del Sé eliminando le sovrastrutture  psichiche alienanti (le “scorie” del molteplice) e “l'excentrarsi” nella  costruzione progressiva della comunità tramite il rapporto con l'altro;    - costruzione che ha il motore fondamentale nella relazione d’amore  (“l’amorizzazione”) che proprio per questa capacità di generare il “di più”  viene detta dall’autore “relazione creativa”. Lo proponiamo per le suggestioni spirituali che presenta, unitamente alla  gradevole lettura.                                                                                        Un Vangelo per la crescita  LE  TENTAZIONI. Cristo viene “tentato” (Mt  4,1): il Satan cerca di  indurLo a porre il senso fondamentale della sua esistenza in realtà  estranee al suo essere; come dia-bolo cerca di dividerLo da se stesso:  e questo è il peccato.  Lo invita a porre la sua speranza nella trasformazione della  materia (da pietra a pane), cioè nella tecnologia.  Lo invita a riconoscere come valore essenziale le strutture artificiali  generate dalla società (ossequio ai potentati, alle regole economiche,  alle strutture di potere) che vengono presentate come le uniche fonti  di bene.  Lo invita a far dipendere la sua vita dall’intervento di una realtà  esterna, “magica”, spingendolo verso una provocatoria  irresponsabilità  (“buttati e gli angeli ti salveranno”).  Ma Cristo rifiuta di porre il valore della sua persona in realtà artificiali  o aliene da Sé. E come respinge le tentazioni,  così condanna l’uomo  che pone la sua individualità, il valore della sua dignità umana, in  “strutture di senso” artificiali ed esterne alla propria persona   (e lo fa  con parole di cui s’è oggi persa la sensibilità  ma  “in illo tempore”   devono essere state shocking):  - l’uomo fissato ai rapporti parentali: non alle relazioni  umane  tra familiari, ma ai rapporti sociali costruiti sui “legami di  sangue”    lasciate che i morti seppelliscano i morti(Lc9,60)    è mio parente chi fa la volontà di Dio(Mt12,50)   Beato il seno..beato piuttosto chi ascolta (Lc10,27) - l’uomo schiavo della ritualità del tempo                il sabato è per l’uomo, non viceversa, (Mc 2,27)                     - l’uomo ancorato alle sicurezze delle sue strutture economiche                 dov’è il proprio tesoro, lì è il cuore (Lc12,34)               è più difficile che un ricco...(Mt19,23)               non fatevi tesori corruttibili (Mt 6,19) - l’uomo gratificato dall’apparenza, dalle maschere, dai ruoli  sociali, che ha bisogno - per identificarsi - del riconoscimento  formale degli altri   chi vuol essere il primo (Mc9,44)                 non sedete a capotavola (Lc14,8)  -  l’uomo che per sentirsi “puro” rifiuta di riconoscere  il male che  è dentro di sé, proiettandolo all’esterno e colpevolizzando  sempre gli altri (la dinamica del capro espiatorio) e così non  migliora mai…                   chi è senza peccato…..(Gv 8,7)                  il bruscolo e il trave nell’occhio (Lc 6,41)  - l’uomo impegnato nel fare più che nell’essere:  (mentre  conta l’essere più del fare)                  episodio di Marta e Maria, (Lc10,42)                 chi può aggiungere un cubito? (Lc12,25)                 servi inutili siamo (Lc17,10) - l’uomo che pone se stesso nelle cose  invece che misurare  le cose da se stesso                 l’obolo della vedova, (Lc21,3) - l’uomo affascinato dal magico/mistico/apparente     invece che dalla realtà concreta               questa generazione cerca i segni (Mt12,39)                  non digiunate quando c’è lo sposo (Lc 5,34) L’uomo - insomma - definito da quelle “strutture di senso”  generate da abitudini e condizionamenti culturali che appaiono  fonte di valori vivificanti; in realtà sono gusci vuoti, corazze che  siano portati ad indossare sia per difenderci che per ottenere il  riconoscimento dagli altri nella lotta che quotidianamente  conduciamo per l’affermazione della nostra identità. Corazze  difensive, ma che alla fine ci imprigionano, ci soffocano, ci  uccidono. Invece: “Siate come bambini (Mt 18,3)”, non mascherati, non  corazzati, non alienati, non condizionati, ma forti della interiore  spinta alla crescita!  C’era stata un’altra tentazione, quella “originale”: l’uomo si era  illuso di poter essere Dio semplicemente “mangiando la mela”,  invece che attraverso la fatica della continua crescita personale  incontro al Padre.  La stessa illusione, la stessa tentazione è avanzata oggi dalla  struttura culturale più dia-bolica attualmente esistente, la  pubblicità di mercato: mangiate la pasta X, bevete il liquore Y,  acquistate la macchina Z, e sarete belli/forti/vincenti/felici,  “sarete come dei”.  La pubblicità non parla di realtà, ma di sogni estranei alla realtà,  di magie, dell’illusione di “essere dio” usando strumenti esterni a  noi stessi. La “società dei consumi” è una fabbrica di sogni: ma i  sogni non sono realtà su cui costruire.  Questa è la diabolicità del messaggio pubblicitario:  l’illusione di poter vivere il sogno; ma questo è irrealizzabile:  l’illusione resta sempre inappagata e quindi c’è sempre la spinta  ad ulteriori tentativi, ad ulteriori “tentazioni”, in mortifero  crescendo senza fine.  LE BEATITUDINI.  Cristo annuncia le Beatitudini   (Mt 5,1), che sembrano paradossali; ma il paradosso, come i  Koan Zen, spinge a ricercare un significato più consistente (e sub-  sistente):  forse l’espressione della verità non può non essere  paradossale  (altrimenti sarebbe tautologia)  I poveri in spirito (= le persone disponibili) non impongono agli  altri la loro “ricchezza” (= lo specifico del loro linguaggio, del  loro modus vivendi): possono farsi ascoltare, dialogare,  collaborare. E quindi esprimersi e crescere.  Gli afflitti (non i depressi/disperati) sono consapevoli delle  difficoltà della vita e al tempo stesso della possibilità e necessità  di superarle; è l’impegno conseguente questa consapevolezza che  porterà consolazione.  I miti possederanno il mondo, perché possono entrare in relazione  con esso; i potenti no, perché lo strumentalizzano e impongono la  propria “visione” del mondo; nel possederlo lo rendono cosa e lo  perdono come valore umano, l’unico con cui si può entrare in  relazione, e quindi costruire.  Gli affamati di giustizia, (di giustizia, non di vendetta) saranno  saziati, perché la giustizia viene chiamata dalla loro esigenza di  giustizia.  I misericordiosi otterranno misericordia, perché non  colpevolizzando gli altri ne spengono l’aggressività.  I pacificatori ottengono la maggior beatitudine - essere figli di  Dio - perché affrontano la maggior difficoltà, il superamento delle  diversità, la vittoria sul dia-bolo.  Le Beatitudini sono conseguenza delle nostre azioni: i beati  sono tali perché si impegnano a realizzare il bene Chiedete ed otterrete, bussate e sarà aperto    (Lc 10,9) ti sia fatto secondo la tua volontà (Mt15,28) Chi ha fede smuove le montagne(Mc11,23) La tua fede ti ha salvata.(Mc 5,34) Cercate il regno, il resto sarà dato (Mt 6,33) La parabola dei talenti (Mt25,14) Il regno dei cieli è dei fortemente impegnati (Mt11,12) La beatitudine è nell’impegno personale ad attuare il futuro:  nella tensione per un progetto da realizzare Ma come?  “Maestro, che devo fare?” “Va, vendi quello che hai e dallo ai poveri”   (Mc10,21) “Quello che abbiamo” sono i beni materiali che possediamo, ma  più ancora e il nostro sistema di pensiero, i nostri schemi  culturali, il nostro insieme di certezze, la rete di dinamismi  psicologici che ci proteggono e aiutano a vivere, e che ci teniamo  stretto come un tesoro geloso (Fil  2,6).    E’ questo soprattutto  che occorre “vendere”: cioè accettare che sia sempre adattato alla  realtà intorno a noi, sempre modificato da ogni  incontro/scontro/confronto col nostro prossimo, sempre superato  da ogni nuovo progetto che si propone la vita.  Ma così non ci annulliamo? come facciamo ad essere noi stessi e  al tempo stesso vendere noi stessi? Ancora un paradosso...  La risposta è sempre la stessa, una sola: la nostra realtà vera non  e in noi-ora, ma nel noi-futuro che costruiamo.  Noi non siamo, ma diveniamo.   I problemi si risolvono andando oltre, avanti nel futuro, nel  superamento (trascendimento) del presente. E’ il tema della terra  promessa, al di la della sicurezza attuale, per superare lo stato di  schiavitù.  L’assunzione del rischio, della difficoltà, dell’impegno e l’unica  possibilità per uscire dalle situazioni non realizzate, dove c’è  diversità di linguaggi, che non consente relazioni caritatevoli.  Tutta la creazione geme delle doglie del parto (Rom 8,22): in  tutte le sue manifestazioni, a tutti i livelli; bisogna impegnarsi a  questa sofferenza del nascere, del crescere, del raggiungere un  nuovo livello d’esistenza.  L’ultimo e maggiore impegno è la morte, che apre all’esistenza  definitiva. E veramente se si vuol prendere coscienza seriamente  della vicenda umana non si può prescindere da questi due traumi  - natale e mortale - tra cui tale vicenda si svolge.  O c’è un’evoluzione, successivi passaggi a livelli d’esistenza  sempre più pieni e realizzati: e allora tutta la vita è all’insegna del  continuo trascendimento del passato, del già-esistente.  Oppure il trauma della morte è soltanto una chiusura della  vicenda iniziata con la nascita, un evento cioè in un certo senso  involutivo, un rientrare con un percorso circolare nel nulla pre-  natale: e allora si può dire che i due momenti traumatici sono  l’uno l’annullamento dell’altro, si negano a vicenda e l’arco di  vita che li unisce è solo temporale, non esistenziale, non  “ontologico”: è come un cerchio che parte e arriva allo stesso  punto: ogni punto del cerchio è di nascita e di morte allo stesso  tempo. Ma in questo caso ogni momento della vita nasce e  muore: non esiste, non ha sostanza, non ha valore; è un falso, un  fantasma.    E nulla avrebbe più senso.  L’uomo può realizzare l’una o l’altra ipotesi, a seconda di come  impegna il suo tempo: il tempo dell’esistenza terrena è infatti           uno strumento-da-utilizzare,  un  talento-da-sfruttare,  una materia-da-formare,  una struttura-da-attivare,  uno spazio-da-riempire:  il pane-e-vino da transustanziare, in Corpo di Cristo.  E’ la possibilità che ha l’uomo di dare un senso alla morte, (e  quindi alla vita), di verificare (= fare vero) un livello migliore di  esistenza, che è il suo progetto ed il suo fine.  L’AMORE .    Cristo, si dice, ha fondato la religione dell’amore.  Ma che vuol dire “amore”?   E’ un termine così usato, con tanti significati, in tante accezioni,  per tanti contesti diversi, che con “amore” si può dire tutto, il  contrario di tutto e l’altro da tutto.  Amare Dio. I figli. il coniuge. il prossimo. l’amante. il proprio  lavoro. le proprie idee. il potere. i soldi. gli animali. la patria. la  squadra di calcio. l’arte.   Amore fisico. spirituale. sentimentale. nella gioia. nella  sofferenza. ritrovarsi nell’amore. perdersi nell’amore. l’amore  vivifica. morire d’amore. maladie d’amour. amore casto. passione  d’amore.   “Amore” è parola fondamentale nelle espressioni dei mistici,  dei pornografi, degli artisti, dei sociologi, dei medici, dei preti,  dei libertini, degli psicologi, dei teologi, degli etologi....  Cos’è “amore”?  eros, agape, caritas, filìa, passione, attrazione,  sentimento, simpatia, innamoramento, adorazione, tenerezza,  affetto, dulìa…?  Qual è quella modalità relazionale  “che non passerà mai” (1Cr  13,8),  come dice s. Paolo, ponendola come unica realtà esistente   alla fine dei tempi.    Cristo dice: “Ama il prossimo tuo, in questo c’è tutta la legge ed i  profeti” (Mt 22,40).  Cioè  ci invita a farsi prossimo (Lc 10,36),  ad entrare in relazione con l’altro, costruirlo come prossimo,  offrirgli noi stessi come prossimo con cui l’altro possa entrare  in relazione, e tramite questa relazione superare i problemi,  crescere. Crescere come uscita dalla solitudine, dal disagio, dalla  separazione, come superamento dei problemi, come maggiore  realizzazione personale, come miglioramento della condizione  esistenziale, come maggior benessere  fisico,  psicologico e  spirituale.  Il cristianesimo intese quindi per “amore” la relazione per cui un  Amante genera un processo di crescita nell’Amato, di uscita di  questi da una condizione di inferiorità, di male, di peccato,  (tipicamente: Rm  5,8), di sofferenza.  Questa concezione dell’amore fu creazione originale, peculiare,  del cristianesimo, di cui è il punto centrale, il motivo  fondamentale: Amore quindi come “relazione  creativa”,  finalizzata alla crescita – al maggior bene)    dell’Amato.  L’attuarsi di tale relazione, peraltro, nel consentire a chi ama  di  manifestarsi, di esprimersi, di agire, lo costituisce a sua volta  come esistente.  Come Dio creò l’essere umano amandolo - gli diede l’anima con  il Suo “soffio” (=Ruah=Spirito=Amore) così l’uomo “fatto ad  immagine e somiglianza” costituisce il suo simile: nella relazione  d’amore i due che la attuano si costruiscono reciprocamente  come persone. Costruendosi si “uniscono”; ma quest’unione di  persone non è spersonalizzazione, indifferenza, appiattimento:  unione è il superamento della diversità, non la negazione della  diversità. Unione non è rinuncia alla propria individualità, ma la creazione  di una realtà che ingloba e fa esprimere le diversità.  L’unione  realizza un’altra realtà, un’altra dimensione: l’unione trascende le  due componenti che la attuano.  L’attività umana più utile, necessaria, bella, produttiva,  gratificante è “costruire la relazione d’amore”: non solo “amare”,  ma “costruire l’amore”. Così come si costruisce una casa, un’impresa industriale, una  struttura sociale...  realtà che vanno edificate, non sono date  automaticamente. Così anche l’amore va costruito, attuando le  condizioni che lo facilitano/sviluppano/esprimono.  A questo non  si pensa mai. In genere ci si limita a “consumare” l’amore (che  poi di solito è solo “innamoramento”), ma non a “costruirlo”.  Alla fine della vita, quello che conta è se abbiamo costruito l’  amore, se per questo  sono stati impiegati “le opere ed i giorni”:  nel tunnel nero della  morte attraverso cui transiteremo nella luce  dell’ altra vita potremo portare solo l’ amore che in questa vita  abbiamo costruito.  Come fa l’ avaro con i suoi soldi,  bisognerebbe a fine giornata fare il conto di quanto è cresciuto l’  amore: e se non è cresciuto dire (come M. Aurelio): “diem  perdidi”, “ho sprecato una giornata”  Cristo dice ancora di più, dice una novità che - presa sul serio -  appare inaccettabile: Amate anche i nemici (Mt5,44).  E’ solo così che il male insito nell’inimicizia può essere “vinto“  (Rm 12,21), eliminato: non con la vendetta che rinforza  l’inimicizia, o con la pavida fuga o la succube tolleranza che lo  lascia dilagare, ma con la relazionalità creativa che trasforma il  nemico in amico; amate i vostri nemici perché così il ricostruire  come amici, così “transustanziate” il male in bene.   (S.Giovanni  Crisostomo dice che “l’amore cambia la sostanza stessa delle  cose”). Si deve amare il “cattivo”, il “cosiddetto nemico” (E.  Hillesum)  non perché si tollera o si vuol ignorare la sua  cattiveria (il che non sarebbe giusto), ma perché è solo il nostro  amore che lo rende buono, che lo “per-dona”.  Il perdono è l’altra faccia dell’amore: come l’amore costruisce il  futuro positivo, così il perdono distrugge (de-struisce) il passato  negativo. Perdonare significa una ristrutturazione della realtà:  una ricostruzione dei rapporti relazionali, una crescita della  dimensione psichica, della nostra identità. Perdonando  diventiamo diversi da quelli di prima, perché diventiamo capaci  di vivere in una dimensione nuova, in cui il significato delle  azioni che ci hanno offeso appare diverso, non più significativo  di un’ offesa ma di qualcos’altro, perché siamo diventati “altri”,  perché vediamo in modo diverso, perché  siamo passati ad un  livello di coscienza “più alto”.  La vita è una crescita continua: il  perdono (a noi stessi,  agli altri, al  mondo..) è il fondamentale  momento di  crescita.            Il male ricevuto, l’ offesa, ci ferisce, lacera la nostra identità,  il   senso del rapporto con l’ altro.  Veniamo privati di quel bene   essenziale che è la fiducia nella persona dell’ altro, e quindi  nella  tranquillità della relazione, e quindi nella  nostra stessa identità  che dalla relazione è definita. Viene meno una parte di noi e la  sofferenza ed il risentimento nasce dallo sforzo che facciamo per  cercare di non perdere il senso della relazione su cui avevamo  fondato l’ identità.         Ma questo è impossibile, l’ identità frantumata non si  “riappiccica”:  va cercata un’ identità “altra”, più matura , per  cui  quello che è stato viene ridefinito, riconsiderato, ristrutturato,  risignificato: allora quello-che-è-stato non esiste più, non ha più  valore, e veramente è come se non fosse stato.   Quindi il perdono non solamente “dimentica”, “supera”, il passato,  ma lo “annulla”: il  male  che  era  stato,  con  il  perdono  non è  stato più! Modificare il passato sembra impossibile, miracoloso:  ed infatti Cristo afferma il potere del perdono compiendo atti  miracolosi  (Lc5,23)  Perdonare è annullare il male che è stato, perché l’amore fa  nuove tutte le cose  (Ap 21,5) Perdonare è generare il bene dal male, come S. Paolo  esortava a  fare: ed è l’ opera divina per eccellenza, la creazione….  Questo è il messaggio (buon messaggio, ev-angelo) di Cristo:  Lui  solo  ha parole di vita senza fine. (Gv 6,68)