Pace Cristianesimo Futuro. La pace per l’umano, l’umano per la pace. Il senso di una parola, logorata dalla banalità del male

Don Ezio Risatti

Pace Cristianesimo Futuro

La pace per l’umano, l’umano di pace. Il senso

di una parola logorata dalla banalità del male

Sacerdote salesiano, è psicologo e psicoterapeuta; Preside del Corso di Laurea in Psicologia della Comunicazione presso IUSTO

 

Partiamo con una definizione di pace che ci serva da schema del discorso successivo: la pace è la percezione interiore profonda e appagante di vivere la relazione con se stessi e con gli altri secondo il proprio essere “fatti per”.

È percepita nel mondo interiore delle emozioni piacevoli, ma si distingue bene dal piacere, dalla gioia e dalla felicità. Il piacere è un’emozione legata ad una sensazione positiva, materiale e fisica ben determinata: il piacere della buona tavola, delle coccole, del sesso… La gioia è coscientemente collegata ad un fatto della vita ben riconoscibile: la nascita di un figlio, il raggiungimento di un risultato... La felicità è uno stato di benessere già più permanente dei precedenti e collegato ad un aspetto particolare dell’esistenza della persona, come una situazione stabile di vita raggiunta.

Rispetto a queste emozioni piacevoli, la pace è meglio per diversi motivi.

 

La pace è direttamente collegata al proprio essere “fatti per”.

Comincio con una serie di metafore per illustrare il principio dell’essere “fatti per”. Un’auto è fatta per viaggiare, un pianoforte è fatto per suonare, un ascensore è fatto per portare su e giù delle persone. È chiaro che queste sono macchine prive di percezione di sé  e siamo solo noi che ci possiamo immaginare una loro soddisfazione nel funzionare secondo il loro essere “fatte per”. Ma se giriamo la metafora al contrario, scopriamo che l’emozione spiacevole è proprio nostra. Quel pianoforte, un ottimo strumento, non ha mai suonato e non suonerà mai! Che spreco, che peccato, perché una cosa così priva di senso? Quell’ascensore non ha mai portato nessuno e non lo porterà mai. Quella macchina non è mai stata usata e non lo sarà mai. C’è dietro qualcosa che non funziona, che non va. Anche senza proiettare una sensazione di inutilità e di fallimento nell’oggetto, proviamo noi stessi una sensazione di sbaglio, di cattiva gestione, di spreco davanti al non uso del suo essere “fatta per”.

Certamente davanti agli oggetti le nostre emozioni sono proprio piccole, e magari solo proiettate, ma se pensiamo alle persone, a noi stessi, le emozioni diventano immense, e l’inutilità, lo spreco, lo sbaglio, il fallimento, la cattiva gestione di sé e della propria vita diventano terribilmente devastanti nella persona. Quindi esiste il bisogno di vivere secondo il proprio essere “fatti per”.

Ma le persone per che cosa sono fatte? C’è una base comune[1] che ruota attorno alla loro crescita, al loro amare, al loro generare, al loro far parte di… E poi ci sono delle specifiche individuali che mediano tra gli aspetti comuni e la realizzazione concreta del singolo. Ad esempio: fatte per generare. La prima generazione che viene in mente è quella fisica, ma non è totalmente garantita per tutti. Basti pensare a chi muore prima di raggiungere la maturità sessuale, a chi ha problemi agli organi riproduttivi... Quindi vuol dire che esistono anche altri modi di generare[2] in modo che tutte le persona possano realizzarsi anche nella generazione. Quindi una realizzazione specifica individuale dell’essere “fatti per” generare potrà essere anche il sostenere la crescita delle persone attorno a sé in modo sufficientemente significativo.

Essere “fatti per” vuol dire avere un senso nella vita, una missione da compiere, una meta da raggiungere. Così siamo “fatti per” crescere, “fatti per” amare, “fatti per” prendere in mano tutto il creato...

La pace però non è una meta parallela a quelle sopra indicate, la pace è il benessere di conseguenza all’aver raggiunto il proprio essere “fatto per”, è il premio che si consegue, è la ricompensa preparata dentro ogni persona a disposizione di chi ha fatto bene il compito di realizzare se stesso.

La pace è più profonda e più stabile.

Le realtà interiori in ogni persona non sono tutte parallele per importanza, forza, grandezza, necessità… e possono essere ordinate dalla minore alla maggiore secondo tanti parametri diversi. Qui prendo in considerazione la percezione di profondità interiore, una percezione comune a cui le persone fanno riferimento, ad esempio, quando parlano di una gioia profonda, un dolore profondo, una convinzione profonda, oppure parlano di una persona superficiale, di una analisi superficiale...

Ed ecco quindi una serie di criteri per ordinare le realtà interiori secondo la profondità percepita e le conseguenze riguardo alla pace.

  • Superficialmente una realtà si presenta da sola, si fa sentire anche se uno non vuole sentirla. Man mano che si scende, si presenta sempre meno da sola, fino a quando va cercata e diventa pure sempre più difficile trovarla, fino all’incapacità totale. Ad esempio il corpo è l’elemento più superficiale di tutti: se qualcosa non va (ci si pesta un dito) si fa sentire da solo. Non c’è bisogno che uno si chieda: c’è qualcosa che non va? Che cos’è? Il corpo glielo dice di sua iniziativa, anzi, pure se uno non volesse sentirlo, il corpo si fa sentire ugualmente. Anche la sensibilità parla da sola (sono contento, sono addolorato), ma lì esiste già uno spazio di gestione (stare a sentirla, gestirla bene o negarla, rimuoverla...). L’intelligenza a volte parla da sola (questo è giusto, questo è sbagliato), ma spesso va interrogata espressamente: come si risolve questo problema? Che cosa è più facile? La volontà già richiede più attenzione: la persona deve chiedersi che cosa vuole veramente. E più giù ancora la conoscenza di sé diventa oggetto di analisi profonda, spesso lunga e faticosa: una persona che si chiede per che cosa è fatta. La pace si presenta solo su richiesta, spesso inconscia, di chi la scopre dentro di sé. Altro esempio: siamo in montagna, in mezzo alla nebbia, un sasso rotola e colpisce la caviglia di uno scalatore. L’alpinista lo percepisce in maniera forte e chiara (magari fin troppo). Contemporaneamente davanti a lui c’è una montagna immensa, ma immersa nella nebbia: la percepisce a malapena, a fatica, deve aguzzare la vista per distinguerla. Dunque: percezione evidente o sottile non è sinonimo di realtà grande o piccola. Il corpo  grida, la sensibilità parla forte, l’intelligenza dice le cosa, la volontà sussurra e più giù bisogna proprio tendere l’orecchio per sentire la loro voce. La pace, una volta individuata, sgorga liberamente da una sorgente che prima era bloccata da un pesante masso.
  • Superficialmente la propria realtà è inaffidabile: può anche essere completamente sbagliata. Man mano che si scende diventa sempre più affidabile, fino ad essere garantita. Per il corpo basta pensare alle illusioni ottiche: sembrano una cosa, ma la realtà è diversa. E così tutti i sensi possono sbagliarsi. Anche l’intelligenza si può sbagliare, ma, se lavora bene, è già più sicura. Invece scendendo più profondamente si trova che, ad esempio, amare una persona non è mai sbagliato, o che il gusto della verità non è mai falso. La pace non ha bisogno di essere dimostrata, si vive di per se stessa e va proprio bene così.
  • Superficialmente la crescita è automatica. Man mano che si scende la crescita avviene solo se voluta e gestita dalla persona. Man mano che si scende la crescita avviene solo se è organizzata volutamente ed è indefinita nella grandezza. Così per il corpo: salvo il caso di patologie specifiche, basta mangiare, bere e dormire e il corpo cresce. Non serve neppure sapere come fa, basta farlo. Ma la crescita è autonoma dalla volontà della persona ed è limitata in tutte le sue dimensioni. Ancora di più, ad un certo punto si innesca una degenerazione progressiva e impossibile da bloccare: la vecchiaia. Mentre le realtà profonde, come la pace, possono crescere sempre e con una velocità che dipende solo dalla persona interessata.
  • Superficialmente la propria realtà dura poco. Man mano che si scende è sempre più stabile e duratura. Il corpo può cambiare (in peggio purtroppo) nel giro di pochi secondi fino ad incontrare la morte. Anche la sensibilità può cambiare in pochi secondi (e questa anche in meglio!). Basta una telefonata, una notizia e ci si può riempire di gioia o di dolore in un attimo. Anche l’intelligenza può cambiare parere e considerare giusto ciò che prima valutava sbagliato o viceversa, ma già ci vuole più tempo. Così la volontà può cambiare progetto, ma i tempi si allungano sempre di più. Per risvegliare una capacità profonda ci vogliono anni e il senso della vita si scopre in tutta la vita. Non è sicuramente possibile vivere stabilmente nella pace totale in questa vita, ma più ci si avvicina è certamente meglio è.

Il corpo passa continuamente da uno stato all’altro ed evolve tutta la vita. La sensibilità muta ogni poco tempo. Ma poi, scendendo, si rallenta e i cambiamenti diventano sempre più lenti: realizzare un progetto richiede tempo, magari anni; lo stesso amare una persona o costruire una relazione profonda. Il senso della propria vita, poi, non cambia; ci vuole solo molto tempo per trovarlo. La pace patisce queste oscillazioni dovute ai nostri limiti.

  • Superficialmente le realtà sembrano determinare la persona, chi è lei; ma, in realtà, determinano solo aspetti secondari, anche se appariscenti. Man mano che si scende, la sua realtà è sempre più significativa, determina proprio chi è la persona. Il bambino si identifica con il proprio corpo; l’adolescente va in crisi e si sente privo di possibilità di riuscita nella vita perché ha le orecchie a sventola o il seno piatto. Al contrario, ho sentito un preadolescente che sentiva garantito il suo successo nella vita perché... aveva le labbra sensuali (chissà chi glielo aveva detto)! Poi ci si identifica con le emozioni: “Ho voglia di fare esperienze nuove” è la frase tipica di questa identificazione. Poi con l’intelligenza.... In realtà la nostra identità si fonda su ogni elemento, ma in modo molto più significativo sulle relazioni fondamentali, sulle capacità profonde che ci guidano, ed infine, sul senso della nostra vita più che non sulle labbra sensuali. La pace è il segnale della corrispondenza tra la propria realtà profonda e la percezione di sé.
  • La persona non deve impegnarsi per far vivere le realtà superficiali. Man mano che si scende la persona deve impegnarsi sempre di più a risvegliare, animare, farle uscire da sé. Il corpo cresce da solo: basta dargli da mangiare e lui si sviluppa. Per far sviluppare l’intelligenza ci vogliono già delle provocazioni, la persona deve rispondere, deve risvegliare la sua curiosità, il suo interesse; e questo è abbastanza facile e comune. Il senso della giustizia non si risveglia se non c’è cura e impegno, così la capacità di amare, il gusto della verità... Una relazione profonda richiede impegno lungo e cure attente e ripetute. Il senso della propria vita, poi, si raggiunge solo con una vita riempita di senso. La pace è la prova del nove di un buon lavoro fatto in tutti i campi.
  • Superficialmente una persona è in balia degli altri. Possono intervenire, modificare, decidere anche contro la persona. Man mano che si scende la persona è sempre più autonoma dagli altri, fino a quando la sua realtà dipende esclusivamente da lei e dalla gestione che ne fa. Il corpo è totalmente in balia degli altri, una persona può addirittura essere uccisa contro la sua volontà e non può farci niente. Può cercare di correre più veloce di un proiettile... ma è difficile. Può cercare di opporsi a chi lo vuol bastonare, ma solo nei film, uno ne vince dieci. Anche la sensibilità non può sottrarsi al potere degli altri: chiunque può scaricare dentro un altro gioia o dolore, basta una frase, un gesto, un comportamento. Qui però c’è già la possibilità di gestire che cosa si riceve. Possono cercare di convincere l’intelligenza di una persona, ma questa ha un suo senso critico, e così non è così facile, non tutti certo ci riescono. Possono cambiare la volontà di un altro, ma è lui che decide di cambiare, non è la volontà degli altri che lo cambia (e se capita è già segno di patologia). Al di sotto di questo livello ogni persona è totalmente sua, nessuno può imporle niente. Nessuno può costringere uno ad amare un altro. Nessuno può imporre ad un altro il senso della sua vita contro la sua volontà. La pace è la percezione della coincidenza del proprio bene più grande con il bene delle persone amate, quando, con un unico movimento si realizza il bene proprio e di chi si ama. Neanche Dio entra di sua iniziativa a questo livello. Sicuramente desidera essere amato da ogni persona, ma lui stesso dice: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20).

Ritengo importante precisare due elementi a questo riguardo.

In quanto una persona appartiene a se stessa, può anche dare potere su di lei a chi vuole. Facciamo un esempio per analogia: un ascensore non ha il potere di soffocare la gente, milioni di persone ogni giorno lo usano senza soffocare. Ma se una persona, per un suo problema di claustrofobia, gli dà questo potere, l’ascensore poi lo esercita su di lei: ha questo potere su di lei perché lei glielo ha dato la persona stessa. Così un’altra persona può mettersi alle dipendenze di chi vuole e costui acquista potere su di lei, anche a tutti i livelli, ma perché è l’interessata che glielo ha dato.

Ogni persona appartiene a sé ed è autonoma anche davanti a Dio. Senza questa autonomia la vita di ognuno non avrebbe valore. Dio rispetta le scelte di tutti ed ogni persona può scegliere anche in pieno contrasto con ogni progetto di Dio. Dio propone e la persona dispone[3].

La persona e le relazioni

Ogni persona è fatta per realizzarsi in diversi campi. Ad esempio è fatta per sapere, per capire, per crescere, per generare… La pace tocca una particolare direzione della crescita di ogni persona: il suo essere “fatta per” essere in relazione. Come il corpo per crescere deve gestire la crescita di diversi organi, così la persona deve provvedere alla crescita in varie direzioni. Ma le relazioni non sono come la crescita delle gambe e delle braccia, crescita molto importante, ma il corpo può vivere anche senza questi arti: vita dolorosa, ma possibile. Le relazioni vanno paragonato a organi vitali: al cuore, al cervello… organi senza i quali non c’è vita.

Le relazioni sono una parte così indispensabile dell’essere di ogni persona a partire dalla sua creazione. Gen 1,26-27: “E Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza...’. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. E troviamo qui due elementi fortissimi. Primo: il nostro Dio è una comunità di tre persone che stanno una di fronte all’altra nella parità della dignità divina. Quindi siamo creati a immagine di un Dio che nel suo essere vive la relazione faccia a faccia con un suo simile.

Secondo: “A immagine di Dio lo (singolare) creò, maschio e femmina li (plurale) creò”. Quel passaggio dal singolare al plurale (che richiama quello più sopra: “Dio disse (singolare): ‘Facciamo (plurale)’”) pone la relazione a cavallo tra l’uguale e il diverso. C’è una corrispondenza (un’unica divinità da una parte e un’unica umanità dall’altra) con una differenziazione al suo interno che comporta nomi diversi: Padre, Figlio e Spirito Santo da una parte e maschio e femmina dall’altra.

Dalla paura dell’abbandono nel bambino (e non solo nel bambino) al dramma della solitudine dell’anziano (e non solo dell’anziano) tutto lo svolgersi della vita umana chiama, sente il bisogno, chiede, grida la sua necessità di relazioni, e di relazioni abbastanza profonde da essere appaganti. Altrimenti è la solitudine, non come spazio di vita riservato a sé, ma come patimento per la mancanza di un organo essenziale: del non poter vivere il proprio essere “fatto per” la relazione.

 

La pace è fondata sulle relazioni

La pace ha una dimensione relazionale fondamentale perché può esistere solo in presenza di un certo tipo di rapporto tra due o più persone in relazione tra di loro. Gli elementi in relazione possono essere: due persone, un gruppo, due gruppi, due popoli... Ma anche all’interno di una sola persona si può percepire una dimensione di pace, in quanto tutte le persone sono dialogiche dentro di sé, in dialogo con se stesse. Gli elementi che la compongono vivono una autentica relazione tra i loro, così la bocca con lo stomaco, la mente con il corpo, l’intelligenza con l’emotività, la volontà con il senso della vita…

La pace è la percezione di vivere il proprio essere “fatti per” all’interno di una relazione e attraverso la relazione stessa.  Ad esempio: quando l’intelligenza e l’emotività concordano con l’agire. Quando un gruppo ha condotto bene a termine la sua attività fondamentale. Quando due popoli prendono coscienza che, togliendo le frontiere, crescono meglio tutti e due… Quelle sono sensazioni di pace.

Nella Bibbia troviamo una base molto forte dell’importanza dell’essere in relazione nell’umanità. “Poi il Signore Dio disse: ‘Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile’. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo... ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: ‘Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna (אִשָּׁה, ishàh) perché dall’uomo (אִשׁ, ish)[4] è stata tolta’. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.” (Genesi 2,18-25). Si sa che la Bibbia non è un libro di biologia, ma ciò che ci dice è ben più importante. La relazione uomo – donna è di una profondità imperscrutabile e la pace che può generare è quindi inimmaginabile, come dice bene Dante: “che ‘ntender no la può chi no la prova”[5].

Metafore del rapporto tra la relazione e la pace

Anche se la pienezza è irraggiungibile[6], un buon esempio del rapporto tra la relazione e la pace è quello di un rapporto sessuale tra un uomo e una donna che desiderano un figlio come espressione del loro essere “fatti per” essere genitori e come “fatti per” restare nella storia attraverso il frutto del loro amore. Ognuno dei due raggiunge il suo essere “fatto per” proprio attraverso un passaggio di relazione profonda[7].

Una metafora di pace tra molti elementi è invece l’orchestra sinfonica. Che cosa capita: man mano che gli orchestrali giungono al loro posto, preparano il loro strumento, ognuno per conto suo. Ne viene una cacofonia priva di interesse, sconclusionata che non merita di essere ascoltata. Poi arriva il Direttore d’Orchestra, si fa silenzio e poi, quegli stessi orchestrali, suonando gli stessi strumenti, generano melodie meravigliose. Lì, dove sta la differenza dei suoni rispetto a prima, lì sta la metafora della pace. Ogni strumento non è solo “fatto per” suonare, ma anche “fatto per” suonare coordinato con altri strumenti. Il realizzare quel loro particolare essere “fatti per” la relazione tra loro trasforma il caos in melodia, la musica in metafora di pace.

Può sembrare strano, ma anche la compravendita può essere una metafora di pace. Ci sono diversi aspetti, magari pure divertenti, da analizzare. Primo. Non ci può essere una vendita se qualcuno non compra, né un acquisto se qualcuno non vende. Non è possibile che ci sia un solo attore, nella compravendita la relazione è un fattore assolutamente necessario. Come nella pace: in quanto relazione sono indispensabili almeno due elementi. Secondo. La soddisfazione è soggettiva. In una compravendita è possibile che solo una parte ci guadagni (può essere solo il venditore o solo l’acquirente) e l’altra vada in perdita. Ma è anche possibile che tutte e due ci perdano o che tutte e due ci guadagnino: caso ottimale. E l’ultimo caso è più comune di quanto venga voglia di pensare: tutte le volte che al supermercato una persona mette un prodotto nel carrello della spesa vuol dire che attribuisce a quel prodotto un valore soggettivo, dato dal bisogno, superiore al suo costo, e quindi ci guadagna, altrimenti non lo prenderebbe. D’altra parte il venditore attribuisce agli € che riceve più importanza di quel singolo prodotto, altrimenti alzerebbe il prezzo, anche nei casi di saldi o svendite. Quindi si può realmente guadagnarci tutti e due.

La pace e gli altri valori della vita.

Vediamo ora il rapporto tra la pace e le altre realtà profonde della persona, in particolare quelle fondamentali: l’amore, la verità e la giustizia. La pace è la prova del nove[8] della presenza delle altre caratteristiche. Questa affermazione si basa sull’essere “fatti per” delle persone, come abbiamo già visto sopra. Tutte le realtà per cui le persone sono fatte portano pace quando si realizzano e facendo la prova del nove troviamo che la loro mancanza impedisce il gustare la pace.

A questo punto dobbiamo però qui affrontare un problema dei limiti di questa realtà: nel mondo non ci sarà mai sufficiente amore, mai tutta verità, mai piena giustizia, sia nello spazio che nel tempo, tale da permettere la degustazione della pace in qualsiasi persona, non dico in ogni dove e quando, ma neppure in solo posto in un solo momento[9]. Tutti coloro che si aprono alle relazioni con gli altri troveranno sempre e comunque della sofferenza. La pace, abbiamo visto, è agganciata alla dimensione dell’essere “fatti per” la relazione con un “altro” e il cammino per scoprirla va a scontrarsi inevitabilmente con l’immensa sofferenza del mondo. E allora sembra impossibile poter sperimentare la pace, eppure esperienze di pace ce ne sono[10].

Un primo tentativo per trovare pace in un mondo di sofferenza consiste nel chiudersi agli altri. È istintivo e provato ripetutamente nella storia, ma chi si chiude agli altri per non farsi raggiungere dal loro dolore non trova pace perché va contro il suo essere “fatto per” vivere in relazione, una dimensione indispensabile della pace. Può certamente soffrire di meno a livello superficiale, ma paga questo risparmio con la perdita di un bene più profondo ben più grande: la pace, appunto. Incassa un bene grande dieci e ne perde uno grande cento.

La strada giusta sta nell’accettare i limiti attuali della nostra realtà: non c’è nella di perfetto e quindi anche la pace non sarà perfetta, ma esistono anche le grandezze intermedie. Vediamo la metafora dei soldi: 5 € sono soldi, 50 € sono soldi, 500 € ancora di più e 5.000 € sono soldi, così come 50.000 € sono soldi ed è facile immaginare somme ben più grandi. Si vede bene come non esiste una dicotomia: soldi sì, soldi no, ma una sfumatura indefinita che parte con un ‘troppo pochi’, passa da un ‘appena sufficienti’, a un ‘va bene così’, per raggiungere un ‘abbondanti’ e vai, fino a un non saper più dove metterli. Così la pace: se non è possibile a noi raggiungere una pace assoluta perché giustizia, verità e amore sono limitati, le grandezze intermedie diventano importanti.

Allora è possibile trovare pace in proporzione alla gestione che una persona fa in se stessa della verità, della giustizia e dell’amore. Più è grande l’impegno di una persona nel vivere queste realtà e più è possibile per lei sperimentare la grandezza della pace in sé.

Non ci si può lamentare, ovvero la storia della biro verde. Questa storiella risale ai tempi di Stalin, quando il partiti Comunisti di Italia e Francia erano forti e ben organizzati, ma soffrivano di una spaccatura tra quanto diceva la propaganda ufficiale del partito (l’Unione Sovietica è il paradiso dei lavoratori) e quanto dicevano gli avversari (l’Unione Sovietica è un inferno per tutti). E così girava la storia di una sezione del Partito Comunista che decide di risolvere direttamente il dilemma: mandare un loro iscritto in Unione Sovietica a veder di persona chi diceva la verità. Ma gli iscritti di quella sezione non sono ingenui: se veramente in Russia c’è il controllo che dicono gli avversari, il loro compagno non avrebbe potuto scrivere la verità. E così escogitano la seguente soluzione: “Tu ci scriverai in tutti i casi che è tutto splendido e meraviglioso, ma… se è vero lo scriverai con una biro blu. Se invece è vero il contrario di quello che scrivi, userai una biro verde e noi capiremo la dura realtà: è tutto il contrario e non ci si può neppure lamentare”. Il compagno parte e poche settimane dopo nella sede del partito arriva una sua lettera. I compagni si riuniscono trepidanti. Si crea subito una attesa spasmodica. Adagio adagio aprono la lettera e ... vedono che è scritta con una biro … blu! Respiro di sollievo e grida di esultanza: ha ragione la propaganda ufficiale del Partito! E leggono: “Cari Compagni, qui è veramente il paradiso dei lavoratori. Libertà, benessere per tutti, abbondanza di ogni bene. Speriamo di poter vivere così presto anche da noi. … A dire il vero una piccola pecca l’ho trovata, ma è nulla rispetto alla meraviglia del sistema. Non sono riuscito a trovare una biro verde”.

Guerra e pace

Non voglio parlare del famoso romanzo di Lev Tolstoj, ma di un uso della parola pace fatto in contrapposizione alla guerra. Penso di poter risolvere la relazione tra le due realtà molto velocemente, richiamando il concetto di “pax romana” così come si trova definito per la prima volta nel discorso di Calgaco, re dei Caledoni. Caduto prigioniero di Gneo Giulio Agricola, governatore romano della Britannia[11], gli descrive così la pace portata dai Romani: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant[12]”. Lo stesso concetto di pace collegato alla guerra è stato ripreso in Vietnam, leggermente modificato nelle parole, ma chiaro nel senso: “Desertum fecerunt et pacem appellaverunt[13]”. Dunque la pace di cui parliamo in questo articolo non ha legami di significato con la guerra.

La soggettività della pace

La percezione della pace è soggettiva anche nella relazione bella, buona e positiva tra due o più soggetti. Se i soggetti sono soltanto due, non credo sia possibile una differenza abissale (dolcissima pace da una parte e tragica spaccatura dall’altra) perché i neuroni specchio rilevano i vissuti dell’altra persona e non possono essere ignorati più di tanto. Se i soggetti invece sono numerosi, allora è scontato che qualcuno la percepisca di più, qualcuno di meno e, purtroppo, magari qualcuno percepisca proprio il contrario: disappunto, rabbia, ingiustizia, violenza, aggressività… nello stesso contesto dove altri gustano la pace.

Da cosa può venire una maggiore o minore percezione soggettiva di pace? Dipende da due fattori. Primo: dall’appoggio interiore di ogni soggetto incluso in quella relazione: più l’appoggio è sul proprio essere “fatti per” e maggiore è la percezione della pace. Più l’appoggio interiore è altrove, come ad esempio su ciò che arriva dagli altri, e più è problematica la percezione della pace. Il ritorno dagli altri può aggiungere o togliere brillantezza, ma non può cambiare la sostanza. Secondo: nella capacità di scendere dentro di sé. Prima di arrivare a gustare la pace, un soggetto può incontrare una ferita (un dolore non integrato nella psiche, non cicatrizzato) ed è ben possibile che si lasci catturare, come da un gorgo nell’acqua, e trascinare dentro la ferita stessa. Così il soggetto non riesce più ad arrivare fino in fondo, là dove solo si può gustare la pace.

 

La pace e la sofferenza

Sembrano due realtà incompatibili tra di loro e invece la pace è l’unica risposta possibile in tante situazioni dove la sofferenza è inevitabile. Seguendo la psicologia dinamica, la pace è sempre possibile perché è in grado di raggiungere un livello di profondità maggiore di ogni possibile sofferenza. La sofferenza non può toccare il fondo della psiche della persona, è sempre possibile raggiungere uno spazio interiore ancora più profondo dove trovare pace. Si realizza in questo quanto dice San Paolo: “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi” (2Cor 4,8-9). Nulla può azzerare lo spazio profondo in cui solo la pace può vivere. Naturalmente la possibilità di trovare sempre la pace in sé, non vuol dire che tutti e/o sempre ci arrivino.

Ci sono dei passaggi da fare dentro di sé e più il dolore è grande e profondo e più è difficile raggiungere la pace. Ma il principio resta: la pace può essere raggiunta e vissuta in qualsiasi situazione di dolore.

Come fare? Primo: accettare il dolore. L’accettazione è un passaggio difficile da capire, ma è assolutamente necessario. Qui riporto solo due battute fondamentali[14]. Accettare non significa dire che va tutto bene, che piace così, che è giusto… e cose simili non vere. Ma accettare significa partire dalla situazione dolorosa che si è realmente verificata e di lì raggiungere la miglior meta possibile. Esempi: accettare che manca benzina nella macchina, vuol dire programmare il rifornimento. Accettare di avere il diabete, vuol dire tenere una certa dieta… Non accettare vuol dire fermarsi per strada con la macchina, avere conseguenze gravi per la salute… Dunque accettare vuol dire percorrere la strada di minor fatica.

Secondo: far uscire da sé cose belle e buone. Il dolore porta a chiudersi, ma è una trappola, guai caderci dentro. Il dolore mente quando dice che la persona ci guadagna a chiudersi nel suo dolore. In effetti la persona incassa 5, ma poi paga 10 e più ancora, 20, 30... E questo, in bilancio, si chiama perdita! Nel chiudersi, nel lamentarsi dentro, nel gridare fuori il proprio dolore la persona prova un certo sollievo. Il problema è quanto poi lo paga in frustrazione e la crescita del dolore stesso. È dopo che scoppia il deficit accumulato prima.

Invece, il far uscire cose belle e buone, come amore, servizio, accoglienza, perdono… comporta una fatica sul momento (come andare a mettere benzina in macchina: richiede tempo e soldi), ma permette poi di vivere meglio la propria vita, di raggiungere la meta desiderata, permette di trovare pace in sé.

Terzo: appoggiarsi sul bilancio della gestione che uno fa di sé. Le situazioni, i fatti, le relazioni… non dipendono solo dalla singola persona e possono restare problematiche, dolorose, irrisolvibili. La gestione di ogni realtà invece è sempre in mano alla persona. E quando una persona può guardarsi allo specchio e dirsi onestamente che ha fatto quanto era in suo potere (la perfezione è difficile da raggiungere, ma una buona gestione è possibile) ecco che può trovare pace in se stesso per se stesso. Esiste anche la possibilità di ricupero in caso di errore, attraverso il perdono di sé[15].

Dunque si può trovare la pace interiore anche in contesti di fatica e di sofferenza.

Due esempi di pace profonda

Tanti anni fa ho letto Storia di un’anima di Santa Teresa di Lisieux. Diverse sue espressioni mi sono rimaste stampate nella memoria e una di queste riguardava proprio la presenza in lei della sofferenza e della pace contemporaneamente. Non ho ritrovato l’espressione che ricordavo, anche perché non ho riletto tutti i suoi scritti, ma ne ho trovate diverse di simili che mi hanno confermato l’idea che santa Teresina fosse una esperta sia di pace che di sofferenza. Mi manca proprio quella in cui teorizzava il fenomeno da lei sperimentato tante volte: sotto la sofferenza si può trovare sempre ancora uno spazio di pace, ma queste mi paiono sufficienti a illustrarlo.

N 155: “L’anima era sommersa nell’amarezza, ma anche nella pace, perché cercavo soltanto la volontà di Dio”.

N 176: “In fondo al cuore sentivo una grande pace, poiché avevo fatto assolutamente tutto il possibile per corrispondere a ciò che Dio mi chiedeva, ma quella pace era nel fondo, e l’amarezza mi colmava l’anima, perché Gesù taceva”.

N 193: “L’anima mia provava una pace così dolce e profonda che mi sarebbe impossibile esprimerla, e da sette anni e mezzo questa pace mi è rimasta, non mi ha abbandonata in mezzo alle prove più serie”.

N 218 – “La mattina dell’8 settembre mi sentii inondata da un fiume di pace, e in questa pace «che superava ogni sentimento» pronunciai i miei santi voti”.

N 219 – “Il 24 ebbe luogo la cerimonia della mia velazione, la giornata intera fu velata di lacrime. … Tuttavia la pace, sempre la pace si trovava in fondo al calice”.

Il secondo esempio lo prendo dai vangeli e riguarda direttamente il Figlio di Dio fatto Uomo[16]. Come psicologo sono rimasto profondamente colpito dalle emozioni manifestate durante la sua passione, fino alla morte. Il dolore fisico è immenso, ma ancora più grande è il dolore interiore, poiché è morto “per i nostri peccati”[17], e questo dolore, grande come la somma dei dolori di tutta l’umanità, si accompagna a segni chiari di pace interiore.

Non perde mai la pazienza: Mt 11,29: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. Non si arrabbia mai, non minaccia vendetta contro nessuno: 1Pt 2,23: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta”. È capace di perdonare i suoi crocifissori: Lc 23,34: “(Sulla croce) Gesù diceva: ‘Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno’. Si preoccupa degli altri: delle pie donne: Lc 23,28: “Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: ‘Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”. Del buon ladrone: Lc 23,43: “(Gesù) gli rispose: ‘In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso’. Di sua Madre e di Giovanni: Gv 19,26-27: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua madre!’. Ora, solo una persona in pace dentro di sé è in grado di cogliere il problema e la sofferenza delle persone che ha vicino e di interessarsi di loro[18].

Fino a dire: “Tutto è compiuto[19]”, espressione che manifesta il pieno compimento della sua missione, che era l’essere “fatto per” della sua vita terrena. Raggiungimento che comporta la pace. Per tutto questo accogliamo con gioia il suo dono: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).

Articolo pubblicato su Teilhard aujourd'hui 44 (febbraio 2024)

 

 

[1] Analizzata nell’articolo: “Introduzione agli aspetti psicologici della personalizzazione”, Teilhard aujourd’hui. Edizione italiana n. 42 (giugno 2023), pp. 63-78

[2] Vedi lo stesso articolo citato sopra.

[3] Ho cambiato volutamente il proverbio: “L’uomo propone e Dio dispone” perché ritengo che la storia di questo mondo vada proprio come ho descritto sopra.

[4] https://www.biblistica.it › ?page_id=3560 La creazione dell'essere umano, maschio e femmina . NB: da questo “ishàh” deriva “Isa” che entra in tanti nomi femminili: Elisa, Elisabetta, Isabella, Annalisa...

[5] Dante Alighieri: “Tanto gentile e tanto onesta pare”.

[6] Nel capitolo dopo del Genesi troviamo Dio che chiede conto ad Adamo di come mai si vergogna di essere nudo: “Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare”» Rispose l'uomo: “La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato” (Gen 3,11-12). L’insegnamento che contiene è immenso, qui prendo solo il triste fatto che la bellezza, la pienezza della relazione maschio – femmina cantata prima da Adamo si è spezzata e una fonte immensa di pace è diventata prima di tutto fonte di fatica e di dolore.

[7] Un rapporto sessuale non si limita soltanto a questo, può anche rispondere ad altri essere “fatti per” come: rispondere all’essere “fatti per” comunicare più profondamente; per esprimere l’amore contemporaneamente a livello fisico, mentale e psichico; per percepire l’essere una cosa sola...

[8] Per chi non se la ricordasse, ai tempi in cui non esistevano computer e neppure calcolatrici, la prova del nove era un modo facile ed efficiente per verificare se le operazioni aritmetiche fatte a mano erano corrette.

[9] L’eccezione : “Toto orbe in pace composito” (“essendo tutto il mondo in pace”) contenuta nell'annuncio liturgico del Natale del Signore riportato nel Martirologio Romano praticamente riguarda solo l’assenza di guerre conosciute in corso in quel momento. (https://en.wikipedia.org/wiki/Proclamation_of_the_Birth_of_Christ)

[10] Più sotto affronto direttamente come sia possibile la convivenza tra il dolore e la pace.

[11] Agricola era pure suocero dello storico romano Publio Cornelio Tacito che appunto ne racconta la vita e le opere e riporta questo fatto nel: De vita et moribus Iulii Agricolae.

[12] “Dove portano la solitudine, la chiamano pace”.

[13] “Hanno fatto il deserto e lo hanno chiamato pace”.

[14] Ne ho parlato in diverse conferenze, si veda, ad esempio: Superare i lutti della vita. In:  https://www.youtube.com/watch?v=B-eQLLF3_hw .

[15] Su questo tema si può vedere la conferenza: La relazione con sé stessi: la madre di tutte le relazioni. In:  https://www.youtube.com/watch?v=fKxVDv6PAdE&t=40s

[16] Ho sviluppato questo tema nella conferenza: La passione di Cristo vista da uno psicologo.  https://www.youtube.com/watch?v=ayCpweK7b_Y&t=79s .

[17] Ne parlano chiaramente Pietro, Paolo e Giovanni. 1Pt 2,24: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce”.  Rom 4,25: “il quale è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”. 1Cor 15,3: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture”. Gal 1,4: “Ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. 1Gv 2,2: “Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo”.

[18] Nella conferenza sopra indicata affronto anche il problema del salmo 21 di cui Gesù in croce cita il secondo versetto: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34) e come il salmo poi procede.

[19] Gv 19,30: “E dopo aver ricevuto l'aceto, Gesù disse: ‘Tutto è compiuto!’. E, chinato il capo, spirò”.